Domenico Pezzini

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Dopo l’esperienza quindicennale di una pastorale di confine

La cura pastorale per gli omosessuali credenti

(Articolo pubblicato su "Il Regno-attualità" 6/97 pagg. 188-191)

Domande per continuare (BOX REDAZIONALE)

Dopo quindici anni di esperienza pastorale con alcuni piccoli gruppi di omosessuali credenti (Milano, Bologna, Roma), l'autore, prete diocesano di Lodi attivo da molti anni a Milano e docente di lingua e letteratura inglese all'Università di Verona, traccia qualche linea di progetto per una cura pastorale specifica: quali atteggiamenti evitare (linguaggio del disordine, rimozione del tema personale, sovrapposizione di tendenza e atti) e quali suggerire (uscire dalla vergogna e dagli stereotipi, abilitare famiglie e comunità all'accoglienza, sottolineare la relazione più che la norma).

Le indicazioni nascono dall’esperienza e non intendono proporsi come conclusive. Sono frutto ed esempio di un lavoro pastorale ancora periferico e ignorato, ma che si va imponendo all’attenzione delle chiese in occidente. A parte l'ondata giudiziario-disciplinare che attraversa le chiese negli USA e in Canada, segnali di un’attenzione in merito sono da registrare in Inghilterra (cf. Regno-doc. 7, 1980, 174 e le più recenti dichiarazioni del card. Hume), in Germania (cf. Regno-doc. 17, 1996, 557 e il saggio di H. Heinz sull’omosessualità nei preti e nei religiosi in Stimmen der Zeit [1996] 10), in Francia (dove, su invito della conferenza episcopale, lo psicanalista T. Anatrella ha pubblicato un volume dal titolo Peut-on légitimer l'homosexualité?), in Austria (il caso del card. di Vienna Groer nel 1995 ed esperienze pastorali in alcune diocesi), ecc.

La lettura della testimonianza è istruttiva ma non priva di passaggi discutibili, di affermazioni irritanti e di luoghi critici. Essi si possono ridurre a tre domande di fondo.

a) Come distinguere nei testi ecclesiali magisteriali quelli normativi da quelli teologico-pastorali? È difficile pretendere dai primi l'atteggiamento di cura personale più facilmente riscontrabile nei secondi. La riflessione teologica specifica è assai poco comprimibile entro schematismi corrivi (cf., per esempio, X. Thévenot, Omosessualità maschile e morale cristiana, LDC, Torino 1991).

b) Nei processi sociali di progressiva legittimazione del comportamento omosessuale come offrire un fedele messaggio cristiano senza sbandare o nell'omologazione allo spirito del tempo o nella contrapposizione preconcetta?

c) Privilegiare la cura della relazione interpersonale rispetto alla norma e ai suoi rigori può sollecitare il fraintendimento della legge morale, trasformando la legge della gradualità (della sua prudente e progressiva applicazione) in gradualità della legge (una sorta di giustificazione a comportamenti in atto).

L'attesa è che queste pagine possano avviare e favorire un confronto sereno e una prassi pastorale più avvertita. (Red.)

 

Le linee di pastorale per gli omosessuali sin qui offerte non hanno prodotto alcuna iniziativa concreta, con il conseguente sospetto che non funzionino proprio perché si tratta di indicazioni irrealistiche e dunque impraticabili. Bisogna pure che qualcuno proponga qualche pista di azione: è in gioco la situazione di migliaia di persone che si sentono non capite, mal giudicate, rifiutate proprio da una "famiglia", quella cattolica, che a livello di affermazioni proclama l'accoglienza universale. Dal punto di vista teologico non ho titoli accademici che mi definiscano come uno "specialista": ho studiato la teologia in seminario e ho continuato a leggere, riflettere e informarmi da allora. È bene precisare subito questo dato, perché per alcune persone il "titolo" è garanzia di "sicurezza". Non ho titoli e dunque non offro sicurezze: presento solo alcune riflessioni che hanno come fondamento la loro intrinseca forza logica (per chi ve la trova, naturalmente) e un'esperienza di oltre un quindicennio di ascolto simpatico delle persone che vivono la condizione omosessuale, che sono nella chiesa e che non rinunciano a starci.

CURARE LE RELAZIONI NON L’OSSERVANZA

Poiché ogni azione pastorale si pone all’incrocio tra teologia e prassi, e costituisce di fatto una mediazione tra alcuni principi e la situazione delle persone, è bene mettere subito sul tavolo tali principi, che sono sostanzialmente due, il primo tolto dalla Bibbia, il secondo riassunto nelle conclusioni di un teologo americano in cui mi ritrovo in pieno.

Il primo non è propriamente un principio, ma una figura, quella del pastore. Secondo Ez 34,4 compito del pastore secondo Dio è quello di dare forza alle pecore deboli, curare le inferme, riportare le disperse, fasciare quelle che sono ferite, andare in cerca di quelle disperse. Sostanzialmente si tratta di un’azione ispirata a un atteggiamento di "compassione", nel senso di lasciarsi investire dalla situazione ("mettersi sulle spalle la pecora perduta") per aiutare la persona a dare un senso alla propria vita, il che produce conforto e serenità.

In questa luce si colloca il secondo principio di azione pastorale, che Richard McBrien esprime così: "Nella sua versione migliore la religione riguarda le relazioni, non le regole. La religione ha a che fare con le nostre relazioni, con Dio e tra di noi. La religione cristiana, il cattolicesimo in particolare, riguarda essa pure le relazioni, non l'osservanza di regole. La gerarchia esiste non per controllare se noi osserviamo le regole, ma per incoraggiarci a mantenere relazioni sane e feconde tra di noi, con quelli che non appartengono alla famiglia, e attraverso tutte queste relazioni, con Dio. Realizzare un cattolicesimo di questo tipo e di questa qualità rimane oggi la maggiore sfida pastorale per la chiesa".(1)

A scanso di equivoci è forse necessario precisare che i due principi messi in testa al discorso riguardano la pastorale in generale, e non gli omosessuali in particolare. i quali non amano particolarmente essere "compatiti" come individui di una specie inferiore. Tutte le "pecore" che sono volta a volta oggetto e soggetto dell'azione pastorale sono "ferite", e a costruire sane e feconde relazioni interpersonali sono chiamati tutti, omosessuali compresi, senza che a loro debba essere chiesto di mettere semplicemente da parte quella modalità relazionale che è inscritta nella loro natura. La "compassione" pastorale non significa altro che valutare le situazioni in positivo, affrontarle con atteggiamento di simpatia, sorreggere chi ha bisogno perché dia il meglio di sé.

DA EVITARE

Su questa premessa occorre anzitutto liberare il campo da quanto costituisce pietra d'inciampo e fonte di incomprensioni notevoli. Mi riferisco al "linguaggio" con cui si parla dell'omosessualità, che è rivelatore di certi atteggiamenti acritici e forse inconsci, e che tali atteggiamenti contribuisce a nutrire e a mantenere. Mi è capitato già più volte, anche su questa rivista, di segnalare quanti danni possa fare un modo poco accorto di parlare dell'argomento. Riprendo qui sinteticamente alcune osservazioni, da cui traspare (a) il permanere di un giudizio fondamentalmente negativo, (b) una visione riduttiva e sostanzialmente colpevolizzante della condizione omosessuale, (c) una prospettiva morale angusta e senza sbocchi.

I proclami di accoglienza universale sono frequenti nella chiesa di oggi. Il Catechismo della chiesa cattolica (CCC) chiede di accogliere gli omosessuali "con rispetto, compassione e delicatezza" (n. 2358), e, pur riprendendo l’affermazione della dichiarazione Persona humana del 1976 secondo cui "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati", omette, significativamente, di aggiungere, come fa la lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1986 ai vescovi su La cura pastorale delle persone omosessuali, che "l’inclinazione stessa deve essere considerata come oggettivamente disordinata" (n. 3; EV 10/907).Questo linguaggio del "disordine" è stato giudicato "duro " dal cardinale Hume, il quale ha pure indicato il rischio che esso "suggerisca immediatamente l'idea di una situazione di peccato, o che anche solo implichi un giudizio che getta discredito sulla persona, o perfino faccia pensare a una malattia", aggiungendo che il termine "non dovrebbe essere inteso in questo modo". (2)

Quando parlo di visione "riduttiva" della condizione omosessuale mi riferisco al fatto che, nel linguaggio dei moralisti e dei documenti vaticani, riflesso perfettamente nei catechismi, si tende, a volte – sembra – inconsciamente, a parlare quasi subito e quasi solo di atti o comportamenti omosessuali. E questo a dispetto del fatto che si ripeta con insistenza che la persona è qualcosa di più grande della sua sessualità: ma nel caso poi non c'è solo la pratica riduzione della persona alla sua sessualità, ma, quel che è peggio, la riduzione ancora più inaccettabile della sessualità degli atti, che se pure ne derivano e ne sono il segno, non possono essere ritenuti una definizione esauriente della medesima. In effetti ho la netta sensazione che spesso il richiamo a una visione globale della persona nasconda una qualche ambiguità e di fatto funzioni come un alibi, come a dire: c'è ben altro a cui pensare, per cui, siccome la persona è più grande del suo orientamento sessuale, questo può essere messo a lato, superato. eliminato, tenuto a bada come un cagnolino dispettoso. Il che significa spesso in pratica non prendere sul serio proprio la persona, dimenticando, come è scritto in Persona humana, che la sessualità riguarda tutto l'essere e "deve essere considerata come uno dei fattori che danno alla vita di ciascuno i tratti principali che la distinguono" (n. 1; EV S/1717). Non sempre ci si accorge che, pur partendo da principi buoni, li si può usare al servizio di propri pregiudizi, così radicati da funzionare in modo inconsapevole. Ma nel caso non si può giocare ai bussolotti.

Partendo da una prospettiva notevolmente diversa, un documento della Commissione cattolica inglese per l'assistenza sociale su La cura pastorale degli omosessuali (1979) pone al principio del discorso la natura relazionale della persona, da cui discendono la necessità dell’amore per dar senso alla vita, la vocazione ad amare come caratterizzante ogni persona, l'aspetto religioso di tale vocazione, per cui dall’amore e nell’amore noi facciamo esperienza di Dio, per concludere: "l'amicizia tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso fa parte dei normali rapporti interpersonali esistenti nella razza umana", aggiungendo, significativamente, che "è in questo ambito che possiamo identificare l’omosessuale ed è importante che il pastore sia sensibile a tutti gli aspetti particolari che possono caratterizzare l'omosessuale" (cf. Regno-doc.7, 1980, 174-178).

Non diversamente, e più di recente, il card. Hume scrive: "L'amicizia è un dono di Dio. L’amicizia è un modo di amare. L'amicizia è necessaria per ogni persona. Identificare l'amicizia con il pieno coinvolgimento sessuale con un'altra persona significa distorcere lo stesso concetto di amicizia. L'amore sessuale presuppone l’amicizia, ma l'amicizia non richiede un pieno coinvolgimento sessuale. È' un errore dire o pensare o presumere che se due persone dello stesso sesso o di sesso diverso vivono un'amicizia profonda e durevole debbano per ciò stesso coinvolgersi a livello sessuale. L’amore tra due persone, siano dello stesso sesso o di sesso diverso, va apprezzato e rispettato. Leggiamo che "Gesù amava Marta, sua sorella, e Lazzaro" (Gv 11,5). Quando due persone amano sperimentano in modo limitato in questo mondo ciò che sarà la loro gioia infinita quando saranno uno con Dio nel mondo futuro. Amare un altro significa in realtà raggiungere Dio che è presente con la sua amabilità in colui che noi amiamo. L'essere amato significa ricevere un segno, o una parte, dell'amore incondizionato di Dio. Amare un altro, sia dello stesso sesso sia di sesso diverso, significa entrare nell’area della più ricca esperienza umana. Ma tale esperienza è rovinata, sia nel matrimonio sia in un’amicizia, quando noi non pensiamo e non ci comportiamo come Dio vorrebbe. L'amore umano è precario, perché la natura umana è ferita e fragile. Per questo non sarà mai facile vivere il matrimonio e l'amicizia. Sbaglieremo spesso, ma l'ideale rimane". (3)

Un commentatore di The Tablet, all'indomani della dichiarazione del cardinale, scriveva: "ll territorio è delicato, naturalmente. Non è sempre facile distinguere tra amore platonico e amore erotico. In ogni caso il cardinale Hume non punta su questa differenza. Parlando non solo dell'amicizia in generale, ma dell’amore tra persone che hanno un orientamento omosessuale, il cardinale ha certo in mente situazioni in cui si vivono emozioni molto forti, fatte anche di attrazione sessuale. Se tale situazione si verifica tra uomini e donne a orientamento eterosessuale, si presume generalmente che questo amore possa avere la sua conclusione naturale nel matrimonio, dove la dimensione sessuale di quei sentimenti può essere realizzata. La chiesa cattolica è molto chiara nell'affermare che tale soluzione non è accettabile nel caso di coppie del medesimo sesso, e il cardinale sottolinea questo punto. Ma non c’è da sorprendersi se ci sono cattolici omosessuali che, mentre si sentono gratificati per il tono umano e le espressioni tolleranti del cardinale, sono ora meno sicuri sul dove si debbano segnare i limiti rielle loro relazioni interpersonali". (4)

Misurare la colpa o la misericordia?

Quando parlo di "prospettiva morale angusta" mi riferisco al fatto che, come conseguenza – credo – di un approccio ridotto ad atti, il problema morale è posto nei termini di determinarne la colpevolezza. Il percorso ha una sua logica: siccome tali atti, o ancora di più la condizione che li produce, sono intrinsecamente disordinati, e siccome risulta difficile pensare che una persona sia "intrinsecamente" fuori dalla misericordia di Dio, si trova una via d’uscita con il concetto della "pulsione coattiva", difficilmente governabile, che toglie alla persona la piena colpevolezza di ciò che fa. Non sembra venir neanche sfiorata l'idea che, come il desiderio che porta l'eterosessuale verso una persona dell'altro sesso non è sempre e necessariamente una "pulsione coattiva", ma può anche (e dovrebbe) essere letto, come un'indicazione "vocazionale" (la vocazione all'amore, appunto), così possa essere anche per la persona omosessuale, stante quella che si dovrebbe chiamare la "sua" natura. Che nel desiderio sessuale, e nel suo retroterra affettivo, ci sia o possa esserci un aspetto di "pulsione coattiva", da leggere in senso negativo, è fuor di dubbio; che quando si tratta del desiderio omosessuale sia sempre e comunque così, è tutto da discutere. Ma prima bisognerebbe, forse, mettere in questione il principio della condizione intrinsecamente disordinata. E nel far questo bisognerebbe anche ascoltare e prendere sul serio la testimonianza dei diretti interessati.

Sempre nella stessa ottica, partendo dal presupposto "ideologico" che una cosa intrinsecamente disordinata non può essere voluta da Dio, si arriva a discorrere di libertà che avrebbe l'omosessuale di comprimere, o di ignorare, il suo desiderio, facendo una poco allegra confusione tra la libertà di rispondere o meno ai propri desideri sessuali, libertà che è di tutti, e la libertà di essere o non essere omosessuali, che è una sciocchezza terminologica. Non è esente da tale confusione neanche un testo che dovrebbe essere accorto, come il recente Catechismo degli adulti della CEI, dove sembra che l'accettazione serena della propria condizione, una condizione che – come afferma il CCC, n. 2358 – non è stata scelta, viene descritta come un "abbandonarsi a una rassegnata ineluttabilità". Sempre nella prospettiva della "pulsione coattiva", che potrebbe e dovrebbe essere compressa.

DA FARE

Penso che il primo obiettivo pastorale nei confronti delle persone omosessuali sia quello di aiutarle a vivere in pace con se stesse, il che significa non avere vergogna della propria condizione come se fosse un handicap da subire. Questo non è così scontato. Secondo certa letteratura cattolica, che attraversa trattati teologici, articoli di giornale, documenti del magistero, manuali di spiritualità, ecc., sembra che questo obiettivo sia invece il massimo pericolo, da evitare con tutti i mezzi. La deduzione ha una sua logica: se si parte dal presupposto indiscusso che si tratta di una condizione "disordinata" è ovvio che fare pace con la propria omosessualità significa sposare il "disordine" ed esporsi con maggiore facilità ad "atti disordinati". Per questo ho insistito nella prima parte nel dire che questo è il vero nodo del problema, e il linguaggio usato non fa che rivelare la posizione che si assume in proposito.

Ne consegue che vanno tenute sotto sorveglianza certe reazioni istintive, la più nota delle quali è l'immediato ricorso allo psicologo, con la sottintesa aspettativa miracolistica che una buona cura permetta di fare chiaro nella confusione e riportare la persona alla ragionevolezza. Sono su questa linea i ricorrenti messaggi di soluzioni medico-psichiatriche in genere di provenienza americana, che assicurano la "guarigione" in percentuali altissime (tra l’80 e il 90%) di casi, messaggi che, alla luce di quanto l'esperienza quotidiana consegna, sono molto lontani dalla realtà, e hanno l'aspetto perverso di creare pericolose illusioni.

La casistica prevede anche altre reazioni, come nel caso di genitori che invitano a un rapporto sessuale con una persona dell'altro sesso, per provare veramente se per caso non ci si è sbagliati nel valutarsi, o – soluzione ancora più improvvida – l'invito a sposarsi, che tanto poi passa. Sembra non ci si renda conto che l'omosessualità non è tanto un problema di capacità fisica ma, proprio perché tocca la sessualità, riguarda la persona nella sua struttura psicoaffettiva profonda. Sarebbe bene dirsi che dietro a queste e ad altre soluzioni prospettate c'è di fatto la radicata convinzione che l'omosessualità sia un pericoloso errore della natura, e che dunque sia metafisicamente impossibile che un omosessuale stia bene con se stesso e sia contento di esserlo. C'è inoltre da chiedersi se dietro tale rigidità mentale, dietro tale rifiuto di una realtà che è palese, non ci sia piuttosto la paura dell'eterosessuale che, di fronte a una "variabile" diversa dalla sua, vede andare in crisi la sicurezza apodittica della propria identità, che – si direbbe – non è poi tanto sicura se per potersi affermare con tranquillità ha bisogno che "tutti siano fatti con il medesimo stampo". L'incapacità di accettare la "diversità" (cosa da cui neanche gli omosessuali sono esenti!) finisce per evidenziare in modo manifesto una propria insicurezza.

In concreto, se da una parte si deve dire all'omosessuale che non deve avere vergogna di essere ciò che è, si deve aggiungere in positivo – e non è meno importante, anzi – che pure a lui o a lei resta aperta nella vita la possibilità di amare e di essere amato, perché la vocazione all'amore e alla relazione è di tutti. Qui si apre un secondo capitolo, molto importante.

Processo di apprendimento all’amore

Ho letto di recente un articolo di Ivan Fucek, ordinario di morale alla Gregoriana, che partendo dall'idea di combattere quella che lui chiama l'ideologizzazione dell'omosessualità, finisce per costruire un'ideologizzazione a rovescio, con una serie di conclusioni fatte di affermazioni assolute che rimandano a una "figura-tipo" di omosessuale che è a dir poco sconcertante. Tra le conclusioni del moralista si legge che "essi (gli omosessuali) sono incapaci di dare l’uno all'altro il vero amore sessuale... non sono capaci di dare gioia, felicità, ma soltanto la sollecitazione del proprio piacere, che scompare assai velocemente lasciando una sensazione di banalità, di meschinità. L’omosessuale pian piano comprende che ha il vuoto abissale dentro di sé, e sempre più tende a soddisfare l'istinto, e quanto più lo soddisfa, più fortemente sperimenta questo vuoto dentro di sé. Così può arrivare a una situazione patologica e a una vera e propria sindrome di comportamento, che è inesorabilmente ripetitiva, tanto da poter essere paragonata alla dipendenza dalla droga. È quindi necessario sottoporsi a una radicale rieducazione... Il mezzo più efficace è l'amore autentico, che essi non conoscono perché il loro non è amore vero... ". (5) Pessima prosa, so-prattutto per quanto lascia intendere: che cioè "tutti" gli omosessuali siano così, e che questo modo di vivere la sessualità sia peculiare di questa categoria di persone. Spero non suoni insolente l'invito a chi occupa cattedre di così alta responsahilità perché sfumi un po' di più il proprio linguaggio, e magari si preoccupi di parlare una qualche volta con le persone su cui sentenzia con tanta sicurezza.

Ma la citazione non è, o almeno non vorrebbe essere l’ennesima caduta nella polemica. L’unica cosa che mi sentirei di estrarre come suggerimento in positivo è che per poter amare di amore autentico è necessaria un'"educazione" o anche, se si vuole, una "rieducazione", e soprattutto è il caso di ricordare che tutti, omosessuali e non, dobbiamo educarci ad amare, essendo anche questa, e questa soprattutto, un’opera di "educazione permanente". Nessuno nasce già capace di relazioni autentiche e feconde, e forse è il caso di ricordare che in questo campo tutti abbiamo da imparare, se mai ci fosse la presunzione, nel teologo o in chicchessia, che quanto ad amore gli eterosessuali siano degli esperti, e gli omosessuali invece non sappiano niente o non abbiano niente da dire. Qui conta ricordare che prima della sessualità che ci caratterizza, almeno in ordine di importanza, siamo "persone", e come tali chiamati a vivere la relazione, per la quale abbiamo ricevuto dalla vita certe capacità che vanno scoperte, affinate, educate appunto.

Clandestinità

Per fare questa operazione, la condizione preliminare assoluta è proprio, contrariamente a quanto si pensa, l'uscire dalla vergogna, dalla clandestinità e dalla facile e conseguente schizofrenia dei comportamenti. Ci si comprenda bene. Non si sta esaltando qui l'affermazione pubblica e clamorosa della propria diversità in parate e processioni di vario tipo, anche se, al di là di certi aspetti folkloristici discutibili fin che si vuole, non si può negare che pure certe manifestazioni pubbliche abbiano avuto alla lunga l'effetto di rendere più pacifica nella nostra cultura anche solo l'accettazione della semplice esistenza della realtà omosessuale. Il minimo che si chiede è che la persona omosessuale possa essere se stessa almeno in una cerchia di amici, almeno nella propria famiglia, e, perché no, se è credente, nella sua comunità.

Come è noto, anche da noi, a partire dagli anni ottanta, dei cristiani omosessuali si sono riuniti in gruppi che sono stati e sono luoghi di accoglienza. di confronto, di elaborazione di un'etica del comportamento per la quale dai catechismi e dai professori di morale non è venuto mai un grande aiuto, se i risultati sono del tipo di quello appena evocato.(6) Tali gruppi sono stati spesso oggetto di varie accuse. Si è detto che volevano far pressione sul magistero della chiesa per costringere a cambiare le "regole", il che, stante le proporzioni dei contendenti, è perfino commovente. Si è detto che funzionano in modo perverso perché confermerebbero nel soggetto una tendenza che invece andrebbe sradicata, il che equivale a sopravvalutare il peso del gruppo e a sottovalutare l'autonomia del soggetto. Si è detto che di fatto non aiutano l'omosessuale ad avere un rapporto equilibrato con gli altri, perché lo chiudono in un ghetto, e se mai alimentano un comportamento schizofrenico.

Per l'esperienza che ne ho posso tranquillamente smentire tali paure. (7) Avviene esattamente il contrario. L'omosessuale isolato, che vive nella paura e nella clandestinità, arriva facilmente a cadere nell’equivoco che tutto quello che non funziona nella sua vita di relazione sia imputabile alla sua omosessualità e al rifiuto degli altri, onde un sistematico atteggiamento di "vittimismo" da una parte, o al contrario di "esibizionismo" provocatorio, il che crea un circolo perverso che non gli permette di costruire relazioni sane e autentiche. In questi casi l’omosessualità funziona da alibi, da ombrello che copre carenze relazionali, difetti di carattere umoralità mal controllata, e tutta una serie di difetti che creano infelicità. Quando stando in mezzo ad altri omosessuali, in un ambiente di confronto dove la persona emerge per quello che è e che ha da dare, l'omosessuale si accorge che i suoi difetti e i suoi disagi rimangono, comincia a pensare che il guaio non sia l'omosessualità, ma che il problema sta in lui e che tocca a lui risolverlo, senza colpevolizzare la "società" e senza delegare ad altri l'uscita o meno dal tunnel.

Per fare questa operazione di lucidità su se stessi serve dunque un ambiente accogliente, che è cosa ben diversa dall'ambiente corrivo o complice. L'accoglienza non è necessariamente compito solo di un gruppo di cristiani omosessuali, luogo per altro di grande efficacia, se funziona. Penso piuttosto ad altri due ambienti più naturali e più diffusi: la famiglia e la parrocchia, forse più la seconda della prima, per il fatto che l'ambiente qui è, o dovrebbe essere, più largo e articolato, senza quei condizionamenti emotivi che a volte rendono molto difficile il discorso in famiglia.

Questo comporta, per esempio, che al catechismo, a partire da quando si affronta il discorso sulla sessualità, ci sia spazio anche per un discorso sull'omosessualità, non, come a volte si dice, come una "semplice variabile" della sessualità, quasi fosse una civetteria facoltativa, ma semplicemente perché è una condizione che esiste, che ha una sua dignità, un suo percorso vocazionale, e perché è del tutto probabile che tra i ragazzi e le ragazze dell'oratorio ci sia qualcuno che è omosessuale, e che non deve essere costretto ad andar via per l'ottusità del prete o per le barzellette idiote dei compagni.

Sulla famiglia c'è pure un lavoro importante da fare. Le reazioni più normali davanti a un ragazzo o una ragazza che dichiara in casa la propria omosessualità (e accade sempre più spesso) sono il panico e il rifiuto, il senso di colpa davanti a quello che si tende a leggere come fallimento educativo, e il corrispondente tentativo di correre ai ripari, chiamando lo psicologo o il prete, o chiudendo al ragazzo tutte le uscite. Per l'esperienza che ho, penso di dover dire che c’è ancora un gran lavoro di "illuminazione" da fare. Sembrerà impossibile, ma c'è ancora chi pensa che tutti gli omosessuali siano vistosamente effeminati, chi confonde omosessuale con transessuale, chi collega l'omosessualità con la prostituzione e l’AIDS, o con la pedofilia tout court.

Occorre anzitutto tranquillizzare, lasciando perdere la ricerca del "dove ho sbagliato" o l’atteggiamento di chi fa finta di non vedere. Penso che quando un giovane arriva a dire ai suoi che è omosessuale di solito ha già fatto un percorso di auto-accettazione, normalmente non indolore, e che va almeno preso sul serio, nel senso che quello che si può fare è un cammino di comprensione reciproca, nel desiderio, onesto da ambedue le parti, di far chiaro e di capire. Ogni altra reazione è sterile.

Le pratiche e gli atti

Non ho ancora parlato – ma l’ho lasciato apposta in fondo – di quella che sembra l’angoscia dei moralisti e di larghe sezioni dei documenti romani, che nel caso parlano di "atti omosessuali" di cui si preoccupano di "determinare la colpevolezza", dando per scontato e fuori discussione che tali "atti" abbiano significato zero, o peggio. Se ne parlo solo alla fine è per mostrare, anche con questa scelta, che tali atti non esistono nel vuoto, ma prendono senso dalla qualità della relazione, se c'è, entro la quale ritrovano il loro valore e significato. Anche in questo caso ho l'impressione che certo insegnamento morale, spostando tutta l'attenzione sulla genitalità, abbia funzionato in modo perverso, almeno in due dire-zioni: 1. chiudendo la persona sulle sue pulsioni, impedendole di chiedersi che senso abbiano e dove portino (il risultato è spesso una corsa nevrotica al confessionale, che di fatto non guarisce niente e porta spesso all’abbandono del sacramento); 2. creando l'idea che, per quanto paradossale possa sembrare, il sesso occasionale è alla fine meglio della relazione stabile, perché questa è un'"occasione" perenne di peccato, mentre a quello si rimedia con una buona confessione, appunto.

L’uscita dal vicolo cieco di tale prassi pastorale, e della teologia morale che la giustifica e la sostiene, è una rilettura dell'omosessualità primariamente come "modalità relazionale". Se questo sta al centro sarà a questo che si dovrà badare anzitutto nel lavoro di formazione e di "educazione" della persona. La conseguenza è che tra la possibilità di vivere un’intensa esperienza amicale e il prevedibile coinvolgimento sessuale delle due persone è sulla prima, e non sulla seconda, che deve essere posto l’accento e l'attenzione, aiutando la persona che si accompagna a fare lo stesso percorso. Che poi si metta questa scelta pastorale sotto il segno della "misericordia", della "gradualità" o del "minor male" importa relativamente. Importa di più che ci si renda conto del valore insostituibile che ha nella vita morale e spirituale un’esperienza di intensa amicizia, o di "amore" se si vuole, per quello che porta nella vita della persona come uscita da sé come centro, come apertura all’altro, come gratificazione e sintonia, e insieme come esercizio di accoglienza e misericordia.

Domenico Pezzini

NOTE

(1) "Before and After Vatican II, in Priests & People, agosto-settembre 1996, 302.

(2) Briefing 25(1995) 3, 16.3.1995.

(3) Briefing 25(1995) 3, 16.3.1995.

(4) The Tablet 11.3.1995

(5) Medicina e morale (1996) 46, 511; corsivi dell'autore.

(6) Si veda quanto ho scritto su questa stessa rivista a proposito dell'ultima edizione del Catechismo degli adulti della CEI, Regno-att.22, 1995, 696s.

(7) II gruppo cui faccio riferimento è "La fonte" di Milano, in cui lavoro dal 1986. Alla fine del 1996 è iniziata a uscire pro manuscripto una piccola rivista, Acqua di fonte, che intende tenere i rapporti fra i gruppi di omosessuali credenti interessati. Ogni numero contiene, oltre a un editoriale, testimonianze del vissuto omosessuale, resoconti degli incontri domenicali e dei ritiri, commenti a libri o spettacoli, documenti e preghiere. Il recapito: Gruppo "La Fonte", via Agordat 50, 20127 Milano.

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