ROMEO CAVEDO
![]()
Bibbia e omosessualità
(Intervento pubblicato su "Credere Oggi" 116 - 2/2000 pagg. 37-45)
1. Antico Testamento
Dal momento che il termine sodomia deriva dal racconto genesiaco di Sodoma, possiamo iniziare la nostra riflessione da questo testo, premettendo però subito, che ogni esame di testi antico testamentari serve soltanto a soddisfare legittime curiosità storico-culturali o, al massimo, a mostrare come possono essersi forzate e sedimentate certe convinzioni, non certo a fondare certezze morali valide in se stesse.
a) La violenza degli abitanti di Sodoma
Il racconto è noto. I due uomini-angeli, che erano stati da Abramo insieme a un terzo ora scomparso, accettano l'insistente invito di Lot e vengono ospitati nella sua casa. Non si erano ancora coricati, quando tutti gli uomini di Sodoma, giovani e vecchi, cioè tutto il popolo fino all'ultimo uomo - dice il testo -, chiesero a Lot di far uscire quegli uomini per conoscerli. Che fossero coinvolti tutti gli abitanti della città è evidentemente un'esagerazione inverosimile, che ha lo scopo di giustificare l'imminente distruzione dell'intera città, dimostrando che in essa non vi era neppure quel piccolo numero di giusti sul quale aveva contrattato Abramo dialogando con il Signore.
Dal momento che il verbo che esprime la richiesta dei sodomiti significa normalmente in ebraico conoscere e solo poche volte quel che eufemisticamente si indica come "conoscere in senso biblico", qualcuno ha suggerito che essi volessero controllare l'identità degli stranieri per verificare se non fosse pericoloso ospitarli, dal momento che Lot era lui stesso uno straniero poteva essere sospettato di favorire immigrazioni clandestine non gradite. L'ipotesi è peregrina, anche perché non si vede come un desiderio di controlli doganali potesse essere compensato con l'offerta da parte di Lot delle due figlie vergini.
Non vi è dubbio che l'autore pensa all'omosessualità, però è vero che mette in primo piano la violenza dell'assalto e la determinazione a volere un confronto con gli stranieri. Tutti i commenti sottolineano che per l'autore la colpa più grave è la violazione dell'ospitalità, che nella cultura del tempo, data l'insicurezza totale in cui veniva a trovarsi un viandante, era considerata particolarmente vincolante. Per questo l'indifferenza di Lot nei confronti delle due figlie appare scusabile, essendo considerata l'estremo rimedio per evitare un male più male più grave. Tuttavia basta questa scelta, che a fatica si potrebbe far rientrare in un'applicazione del principio del duplice effetto, del quale era certamente ignaro l'autore, per dimostrare che non può avere alcun rilievo morale permanente una visione delle cose nella quale il rispetto dell'ospite è ritenuto superiore al rispetto per le giovani figlie. Sono esecrabili i sodomiti, ma non è certo Lot a dare un buon esempio di come reagire alla violenza e alla paura.
Lot, del resto, in tutte le vicende che lo riguardano, è sempre raffigurato come un irresoluto, incapace di percepire la gravità delle situazioni, tanto che fra poco i due angeli dovranno costringerlo a fuggire in tempo, vincendo i suoi tentennamenti inconcludenti, e poi concedergli di fermarsi a Zoar, perché non ha forza di raggiungere la montagna. Là saranno le figlie a prendere l'audace iniziativa di farsi mettere incinte per avere discendenza. La famiglia di Lot non è certo un esempio di moralità.
La patetica descrizione del debole Lot, l'antieroe per eccellenza, è ben riuscita e, per contrasto, mette in luce la divina potenza dei due ospiti. Il racconto ha di mira proprio questa esaltazione dei due misteriosi personaggi e, per il resto, utilizza motivi stereotipati e generalizzazioni ingenue e inverosimili al solo scopo di illustrare il concetto che Dio ebbe tutte le ragioni a distruggere Sodoma, immeritevole di misericordia. La sua insensibilità morale era infatti giunta all'estremo.
Grazie a questo racconto la violenza per finalità omosessuali, non l'omosessualità in se stessa, diviene lo stereotipo che riassume la massima degradazione morale. Il contesto di violenza e disprezzo dell'ospite straniero con cui è connotata nel testo l'intenzione dei sodomiti mette in secondo piano l'omosessualità. Quello che i sodomiti vogliono è maltrattare e umiliare degli stranieri: che questo avvenga con violenze sessuali può aggravare la loro malizia, ma non costituisce l'essenza della loro malvagità. A riprova di questo sta il fatto che, nelle numerosissime ricorrenze in cui nell'Antico Testamento è citata Sodoma (si pensi alle invettive isaiane contro Gerusalemme) le colpe che si denunciano come evocative di quella città sono crimini contro mi poveri, la giustizia, il rispetto dei diritti all'interno delle comunità, ma non sono mai evocati disordini di tipo omosessuale.
All'interno della Bibbia vi sono molte denuncie contro la gravità della violenza immotivata come, ad esempio, le deportazioni di popolazioni inermi, lo sventramento di donne incinte, l'uccisione di neonati, la profanazione di cadaveri e, per alcuni di questi si può vedere Am 1,6.9.13; 2,1. L'omosessualità è vista nel nostro racconto come uno dei mezzi per esercitare la violenza: è stata utilizzata per Sodoma probabilmente perché, nell'atmosfera generalmente pacifica dell'età patriarcale, non erano verosimili altre deviazioni o violenze. E' un motivo che si presta ad essere riutilizzato quando si vuol descrivere una colpa non dei re o degli stati ma dei singoli. Il fatto che risulti istintivamente ripugnante alla maggioranza delle persone, lo rende un tema particolarmente utile per tutti i testi in cui si ha di mira l'effetto e si vogliono suscitare reazioni emotive. Ma una geniale trovata a livello letterario ed espressivo non implica valenze morali particolari.
L'omosessualità è un male morale fra i tanti che l'Antico Testamento conosce: ebbe la ventura di prestarsi alla buona riuscita di una narrazione che ebbe successo e celebrità, ma questo non basta a farla diventare una deviazione peggiore di altre. Si deve anche precisare che il nostro episodio condanna la violenza omosessuale, non l'amore omosessuale, che è tutt'altra cosa e che potrà essere riprovato per altre ragioni, non sulla base del solo episodio di Sodoma.
b) I "figli di Belial"
Nel capitolo 19 del libro dei Giudici si ha una vicenda simile a quella di Sodoma, ma nella quale i protagonisti gli abitanti beniamiti di Betlemme, che il testo definisce "figli di Belial", per dire che sono pari ai peggiori idolatri. Qui è ancor più chiaro che quel che essi vogliono è maltrattare l'ospite. Infatti chiedono all'inizio di conoscere l'uomo arrivato in città, poi rifiutano la figlia vergine dell'ospitante, ma, alla fine, si sfogano con la concubina dello straniero fino a farla morire per le violenze subite. Più che omosessuali sono degli assatanati bisessuali per i quali va bene tutto, purchè sia un forestiero da massacrare. Anche qui è evidente l'esagerazione e lo schematismo del racconto.
c) La legislazione
Nella legislazione la proibizione dell'omosessualità si trova in Lv 18,22 e 20,13 insieme ad altre proibizioni riguardanti la sfera sessuale. In 20,13 viene definita to'eba, che significa cosa abominevole, turpitudine e simili. E' un termine con il quale vengono classificate moltissime azioni reputate inammissibili nel popolo che appartiene a Dio e deve essere santo. Dt 22,5 proibisce i travestimenti e probabilmente ha di mira soprattutto pratiche sessuali deviate di tipo idolatrico.
d) L'amicizia di Davide e Gionata
Che l'amicizia tra Davide e Gionata venga celebrata servendosi di qualche tonalità erotica, il che è diverso da omosessualità praticata, può anche darsi. Ma filologicamente ed esegeticamente è arduo determinare se frasi come "l'animo di Gionata si legò all'animo di Davide fino ad amarlo come se stesso" (1Sam 18,1; cf. 18,3; 19,1; 20,41) oppure "la tua amicizia era per me preziosa più che amore di donna" (2Sam 1,26) siano qualcosa di più che semplici iperboli. Del resto anche dimostrare che nell'Antico Testamento poteva essere giudicato non immorale un amore omosessuale tra due giovani non significa assolutamente nulla per la costruzione di un discorso morale. L'Antico Testamento è pieno di proibizioni che non hanno seguito nel Nuovo e tollera o esalta scelte di vita, come la poligamia e il concubinato, che sono escluse nel Nuovo. Decreta la morte Decreta la morte per una quantità di trasgressioni, ma nessuno oggi fa appello a quei testi per sostenere la legittimità della pena di morte.
e) Concezione della coppia in Genesi 1-2
Non manca chi, per difendere la qualifica di colpa contro natura dell'omosessualità, fa appello alla concezione della coppia supposta dai testi sulla creazione di Genesi 1 e 2, dimenticando che narrazioni così solenni e universali non intendono certamente dare giudizi su situazioni umane minoritarie e particolari, ma solo indicare il senso del vivere umano nelle sue costituenti fondamentali. La Bibbia, come ignora la vera natura fisica dell'universo così ignora la complessità del fenomeno umano, e non è in grado di dire che cosa sia veramente la tendenza omosessuale. La giudica una deviazione semplicemente perché le cose così come appaiono ad un osservatore che non ha mezzi per andare oltre l'apparenza. Analogamente, per fare un esempio fra i tanti, molti testi biblici ritengono che la malattia sia un castigo inflitto da Dio per peccati della persona o dei suoi antenati e altri testi ritengono che sia un dovere morale sterminare i cananei idolatri. Alla luce del Nuovo Testamento queste deduzioni non hanno più alcun senso. La cultura degli autori anticotestamentari non ha strumenti sufficienti né per comprendere la vera natura dei fenomeni, né per graduare correttamente la determinazione della relativa maggiore o minore gravità dei comportamenti umani.
2. Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento le cose cambiano, perché in Cristo ci viene rivelato in modo definitivo e compiuto quel che Dio vuole che l'uomo sia nella sua vita, al suo cospetto. Ma anche il Nuovo Testamento, pur avendo una conoscenza piena del piano di Dio, manca ancora di strumenti scientifici per un'analisi compiuta della realtà umana. Di conseguenza il moralista deve ancora servirsi della filosofia e della scienza per scoprire la vera natura dei fenomeni umani. Il caso più tipico di questa inadeguatezza è l'incapacità della cultura neotestamentaria di scoprire l'intrinseca inammissibilità della schiavitù. In senso contrario sta la proibizione matteana di ogni giuramento, che la Chiesa ritiene ancora di non essere ancora obbligata a rispettare. La ragione di queste divergenze tra la valutazione biblica e quella ecclesiale sta nel diverso modo di comprendere la vera natura delle rispettive situazioni umane. Venendo al nostro caso, poiché l'omosessualità è una situazione la cui vera definizione, almeno in parte, ancora ci sfugge, per cui non possiamo affermare con certezza se sia deviazione, malattia o semplice caratteristica sia pure minoritaria, come quella degli albini o degli astemi o dei mancini, non possiamo semplicemente ripetere in modo acritico le condanne che verbalmente esprimono testi biblici, che ne ignorano la vera portata.
a) I testi paolini
Il fatto, quindi, che in 1Cor 6,9-10 e in 1Tm 1,10 sia citata in un elenco di vizi non basta a bollarla come qualcosa di già distorto o peccaminoso come tendenza, prima ancora che dia origine a comportamenti di fatto contrari al volere di Dio. E' evidente che, se vale il principio che ogni attività sessuale al di fuori del matrimonio è peccato -cosa che l'Antico Testamento ancora ignorava-, ne consegue che ogni atto, desiderio e pensiero omosessuale è peccato non di più e non di meno di come lo sono gli equivalenti nella sfera eterosessuale. Ma nulla autorizza, sulla sola base dei testi citati, a vedere nella tendenza omosessuale o in un casto amore omosessuale qualcosa di già perverso in se stesso. Può darsi che gli autori lo pensassero, ma solo a causa di loro valutazioni culturali prive di fondamento razionale e basate solo su pregiudizi e luoghi comuni.
b) Il problema di Romani 1, 26-27
L'unico brano neotestamentario che potrebbe avvalorare l'idea di una particolare malizia dell'omosessualità in se stessa è l'argomentazione di Rm 1,26-27. Qui la questione si pone seriamente, perché Paolo dopo aver affermato che la colpa primaria, origine di ogni altra, è il mancato onore reso al vero Dio, che la ragione umana poteva conoscere partendo dalla perfezione del mondo creato, afferma che Dio, in conseguenza di questa deviazione idolatrica,ha abbandonato i pagani a "passioni disonorevoli". Le donne pagane, dice Paolo, hanno mutato le relazioni naturali in altre innaturali e gli uomini, abbandonando il naturale rapporto con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo cose vergognose, uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che era conveniente al loro deviamento idolatrico.
L'idea di Paolo è geniale: egli vede nella presenza di comportamenti omosessuali, femminili e maschili, all'interno del modo di vivere pagano, una conseguenza della perversione dell'idea di Dio verificatasi nell'idolatria. Essendo stata degradata l'immagine di Dio, egli ha permesso che venisse scardinata l'immagine dell'uomo, cosicché la colpa dell'uomo è ricaduta sull'uomo.
E' molto probabile che Paolo pensi in primo luogo a quei rapporti innaturali che erano in uso in alcuni culti idolatrici dela fecondità. Pur scrivendo ai Romani, egli è probabilmente influenzato dalla critica biblica contro l'antica prostituzione sacra cananea, perché l'idea di collegare idolatria e perversione sessuale gli viene quasi certamente da un'analisi implicita nella tradizione biblica. E' chiaro però che, se il culto avvalora l'omosessualità sacralizzandola, essa diventa lecita anche nella vita profana e, di conseguenza, Paolo può includere nella sua condanna anche l'omosessualità profana. Hanno quindi ragione coloro che ritengono che Paolo pensi soprattutto a questa, anche perché espressioni come "ardere di passione gli uni per glia altri" difficilmente possono alludere al fascino di rituali osceni nell'ambito del culto.
Il vero problema è sapere se questa sua diagnosi storico-salvifica è soltanto un geniale argomento retorico per sostenere una tesi più generale, che cioè ogni peccato deriva dalla falsificazione della realtà di Dio, o è in se stessa oggetto del suo autorevole insegnamento. Se anche fosse vera, come è probabile, la seconda ipotesi, bisogna fare attenzione a ridurre a condanna morale un ragionamento che è a un altro livello. Paolo, come tutti gli Ebrei, è convinto che l'omosessualità è una cosa assurda e inspiegabile e vede in essa il segno della miseria in cui Dio ha lasciato che l'uomo precipitasse, per poter poi comprendere, da questo abisso, la necessità di credere al vangelo del gratuito perdono. Più che una colpa è per lui una punizione e una disgrazia, è peccato, nel senso, tipicamente paolino, di potenza malvagia e distruttrice dell'uomo, podromo di morte, alienazione da Dio. Utilizzare i versetti paolini per una colpevolizzazione settoriale degli omosessuali significa distorcerne il senso, perché per Paolo, quell'anomalia disgraziata presente nel mondo pagano, è segno della miseria in cui sono caduti tutti, eterosessuali compresi.
Come, scrivendo ai Corinzi che distorcono il senso dell'eucaristia, Paolo ricorda che tra loro molti sono malati e alcuni sono morti, non per condannare solo costoro ma per rimproverare tutti, perché hanno ricevuto in maniera indegna il cibo della vita, così qui egli segnala questa innaturale situazione umana come segno della rovina di tutti. Naturalmente noi riteniamo che non sia corretto questo sfruttamento di una situazione minoritaria per farne bandiera di un male comune, ma Paolo ragiona secondo i luoghi comuni e i pregiudizi della sua cultura ebraica, che, come abbiamo visto, hanno la loro origine nella narrazione su Sodoma. Invece di citare ciechi, storpi o lebbrosi, egli cita, come prova che l'idolatria rovina l'uomo, gli omosessuali, perché, da un lato, glielo suggerisce la connessione con la prostituzione sacra e, dall'altro, ciò gli permette di giocare sull'effetto del parallelismo tra natura di Dio deformata e natura dell'uomo parimenti deviata
c) La nozione di natura umana in Romani 5
Basta questa genialità retorica a fare dell'omosessualità, in nome della Scrittura, qualcosa che, a differenza di tutte le altre condizioni umane, è già fuori posto in se stessa, prima ancora di essere asservita a progetti di male? Allo scrivente pare di no, ma ciascuno è libero di giudicare come meglio crede. Nessuna delle risposte, però, potrà pretendere di essere l'unica giusta.
Non è inutile confrontare la precipitosa sicurezza con cui talora si deduca dai versetti paolini la tesi che l'omosessualità è male perché contro natura non solo con le sottigliezze che si applicano alla sua nozione di natura quando egli parla della conoscenza della legge da parte della coscienza dei pagani, ma anche con un caso ben più serio che si trova nel capitolo 5 di Romani. qui Paolo suppone indubitabilmente che tutti gli uomini derivano fisicamente dall'unico Adamo, eppure, per conciliare il suo insegnamento con l'ipotesi scientifica del polifiletismo (più ceppi umani tra loro indipendenti) si fa di tutto per dire e dimostrare che la sua argomentazione teologica può reggere, anche se di fatto Adamo non è quell'unico progenitore che lui credeva fosse. Non si vede per quale ragione si debba mantenere la sua visione sulla malizia dell'omosessualità nel caso che la scienza dimostri che non va giudicata una deviazione, ma un fatto la cui vera natura può essere definita solo dalla scienza. Le argomentazioni bibliche per dimostrare, sulla base dei racconti della creazione, che le donne devono portare il velo quando pregano nell'assemblea sono state tutte smantellate con acribia esegetica degna di miglior causa. Non si vede perché l'idea di indicare nell'omosessualità la prima delle perverse conseguenza dell'idolatria debba rimanere inattaccabile.
Alla luce di tutto questo si deve concludere che l'interpretazione del testo paolino rimane aperta e discutibile. La ricerca sulla valutazione morale dell'omosessualità deve procedere su altre strade.
3. Valutazioni conclusive
Come siamo stati severi nell'escludere la possibilità di dedurre dai testi esaminati una condanna a priori dell'omosessualità, così siamo contrari alo sfruttamento di testi che potrebbero approvarla, come abbiamo già fatto a proposito dell'amicizia tra Davide e Gionata.
Chiedersi, perciò, se la relazione di Gesù e il discepolo che Gesù amava abbia nel quarto vangelo connotazioni erotiche è ancora più stupido che farlo per Davide e Gionata. A parte il fatto che i verbi usati sono quelli dell'amore divino e cristiano e non quelli delle relazioni amorose umane, è il genere letterario del vangelo che esclude a priori la domanda. Del resto il fatto che anche la relazione del Risorto con la Maddalena abbia dato origine a sciocchezze di tipo opposto, basta a dimostrare l'infondatezza di entrambi di entrambi i percorsi. Quello di Giovanni non solo è un libro serio, ma è un libro teologico in senso stretto: parla di Dio, e il resto non lo riguarda.
In conclusione, l'unica cosa si cura ci pare questa: se e in quanto rimane vero che ogni esercizio della sessualità è illecito al di fuori del matrimonio, lo sono anche le pratiche omosessuali al pari di quelle eterosessuali. La Bibbia, rettamente interpretata, non autorizza a vedere nell'omosessualità una malizia in più.
Romeo Cavedo
![]()